Per un Secondo Manifesto Comunista

Per un Secondo Manifesto ComunistaIntroduzioneDecadenza del capitalismoStalinismo contro SocialismoImperialismo ed Indipendenza NazionaleRivoluzione o Guerra ImperialisticaLe Prospettive MarxisteL'Organizzazione RivoluzionariaI Compiti de la Nostra EpocaMeno lavoro e più paga!Dirito di parola, di ogarnizzazione e di sciopero al Proletariato!Abbasso il capitale ed il lavoro salariato!Proletari di tutti i paesi, unitevi, sopprimete gli eserciti, le polizie, la produzione di guerra, le frontiere, il lavoro salariato!

Introduzione

In contrasto con il deviazionismo reazionario dell'Internazionale Comunista, l'Opposizione di Sinistra, che fu all'origine della IV Internazionale, esprimeva la continuità ideologica ed organica della Rivoluzione come avevano fatto i gruppi internazionalisti del 1914 di fronte alla involuzione «patriottica» della socialdemocrazia. Inoltre incombeva sul movimento trotskista un compito nuovo, irto di ostacoli: consolidare la lotta internazionalista contro la «pace» dei blocchi militari, estendendo l'opposizione rivoluzionaria anche alla guerra. L'aggressività rivoluzionaria, tanto ammirabilmente rivendicata nel 1914-18 da Karl Liebknecht davanti ad un tribunale tedesco e da Lenin in Contro-Corrente, doveva essere portata fino alla sua estrema conseguenza: il trionfo dell'uomo sul capitalismo e sulla guerra. Occorreva, quindi, dare la consistenza di protesta immediata a provvedimenti politici ed economici diretti a liberare il mondo dagli armamenti e dagli eserciti, dal labirinto delle nazioni, dal sistema industriale e politico basato sulla merce-uomo.

Ma gli intellettuali, che si erano impadroniti della direzione della IV Internazionale dopo l'assassinio di Trotski, non seppero ricollegarsi a queste teorie rivoluzionarie, che pure comparivano nel loro programma, ed insozzarono il loro vessillo nelle «resistenze» nazionalistiche.

D'altra parte si rendeva indispensabile riprendere in considerazione sia la tattica tradizionale, che risaliva alla Comune di Parigi ed alla Rivoluzione Russa, sia determinati aspetti della strategia, al fine di adattarli agli importanti rivolgimenti sopravvenuti dopo il 1917. In effetti, il regresso termidoriano della Rivoluzione Russa, iniziato verso il 1921 (N.E.P. = Nuova Politica Economica), si concluse più tardi in una controrivoluzione capitalistica di Stato. E grazie sopratutto a questo fatto, il capitalismo in generale ha perpetuato ed accresciuto le sue capacità di sfruttamento in modo sempre più accentrato e pregiudizievole agli uomini.

Questo stesso processo comportò una radicale trasformazione di quelli che erano i pattiti comunisti, una trasformazione' che fece di essi se non proprio delle organizzazioni opportunistiche od associazioni di operai servi della borghesia, dei rappresentanti diretti di una particolare forma di capitalismo, quella implicita nella legge della concentrazione dei capitali, legge connessa all'automatismo della società attuale, e, in Russia, deliberatamente avanzata. A loro volta i sindacati, dominati dallo stalinismo o da esso indipendenti, sono andati adeguandosi sempre pit al sistema di sfruttamento dal quale sembrano ormai essere inseparabili.

Nel frattempo il proletariato mondiale subiva una serie di sconfitte che niente, sino ad oggi, ha interrotto. Ciò che falsi amici gli presentano come sue vittorie, Cina o Cuba, Algeria o Ghana, non serve ad altro che a demoralizzarlo, a renderlo inerte, a lasciarlo alla mercé dei suoi nemici. Quelle vittorie, che in realtà sono vittorie di determinati gruppi capitalistici nei confronti di altri, rappresentano, per il proletariato, altrettante sconfitte. Ed è stato il peso materiale che la controrivoluzione russa ha avuto nel mondo a renderle possibili, non prima, però, che un'avanguardia rivoluzionaria prigioniera delle proprie idee gli avesse lasciato la via libera. Più che mai, «la crisi dell'umanità è una crisi di direzione rivoluzionaria», come affermava Leone Trotski. E quelli che continuano a dichiararsi trotskisti si sono atenati, per una tragica ironia, nelle acque fangose dello stalinismo. Dalla lotta contro la degenerazione della IV Internazionale, è scaturita la maggior parte delle idee e delle proposte contenute in questo Marzfesto. Alcune delle modificazioni ideologiche enunciate risalgono al periodo più incandescente della Rivoluzione Spagnola, 1936-37, quando, per la prima volta al di fuori della Russia, lo stalinismo rivelava chiaramente la sua natura controrivoluzionaria. Per questa ragione, tra le tante altre, è diventato indispensabile conoscere a fondo le peripezie della Rivoluzione Spagnola, tanto falsate o per lo meno svisate, persino in libri come quello di P. Broné ed E. Temine1. La Rivoluzione Spagnola conclude una tappa della lotta e del pensiero del proletariato internazionale e ne apre un'altra. I suoi insegnamenti serviranno ad illuminare una futura ripresa dell'aggressività degli oppressi.

Gli organi dirigenti della IV Internazionale non avevano ancora trovato il tempo di prendere in considerazione la ricca esperienza della Rivoluzione Spagnola, che già, in occasione della seconda guerra mondiale, davano segni di una carenza d'internazionalismo le cui ultime conseguenze sarebbero state la sterilità ideologica ed il riavvicinamento allo stalinismo. Non soltanto la Rivoluzione, ma anche i grandi avvenimenti della guerra e del dopoguerra, sfilarono davanti ai loro occhi con la sola conseguenza di accentuare la loro inettitudine.

Sin dai primi sintomi di degenerazione ideologica, il gruppo spagnolo in Messico della IV Internazionale si levò violentemente contro di essa e, nello stesso tempo, intraprendeva un ampio lavoro di interpretazione degli avvenimenti mondiali in genere e della Rivoluzione Spagnola in particolare2. Sordi ed ottusi, quegli organi dirigenti impedirono che critiche, informazioni e proposte giungessero alla base di tutti i partiti, escludendo cosi, deliberatamente, ogni possibilità di discussione.

Durante il primo congresso del dopoguerra, nel 1948, la sezione spagnola si staccava dalla IV Internazionale, accusandola di aver abbandonato la causa dell'internazionalismo e di favorire lo stalinismo. Poco tempo dopo, e con le stesse motivazioni, si staccava anche Natàlia Sedova Trotski che, dal 1941, era al nostro fianco3.

Dopo il fallimento della Rivoluzione Spagnola, la situazione del proletariato mondiale è andata sempre più aggravandosi. Costantemente invitato ad appoggiare cause reazionarie presentate come liberatrici, ideologicamente tradito giorno per giorno ed in tutti i paesi, il proletariato si trova ora imbavagliato ed intruppato in organizzazioni schiavistiche. L'umanità intera, per il solo fatto di subire passivamente il terrore termonucleare al di qua ed al di là della cortina di ferro, vive in una condizione degradante che, in avvenire, diventerà ancora più avvilente se gli uomini non saranno capaci di uscirne. Cosicché la società capitalistica, alla quale la guerra tra le classi e tra le nazioni è connaturale, raggiungerà un tale grado di sviluppo da sopraffare completamente l'uomo, se l'uomo non se ne sarà reso preventivamente conto.

Punto chiave della ribellione dell'umanità, la ribellione del proletariato al capitale ed al lavoro salariato è la sola in grado di rovesciare una situazione tanto umiliante e di illuminare l'alba del sogno rivoluzionario, fattore storico materialista, primordiale fra tutti.

Ma le idee concrete della Rivoluzione Russa, che il programma di transizione riprende, non bastano assolutamente a promuovere un'azione simile. Scritto da Trotski nel 1937-38, quando il significato del periodo che apre la sconfitta della Rivoluzione Spagnola non si delineava ancora chiaramente, questo «Programma» si rivela oggi oltremodo insufficiente, atto a favorire l'opportunismo di fronte alla controrivoluzione staliniana ed a ciò che ne è derivato. Ed è sorpassato, come lo era nel 1917, il programma anteriore a Lenin. Se non riuscirà a superare questo programma, secondo l'esperienza e le condizioni obiettive create dal neocapitalismo, ed anche secondo le possibilità soggettive del proletariato in caso di una vasta agitazione rivoluzionaria, il proletariato non potrà ottenere alcuna vittoria e qualsiasi movimento insurrezionale verrà schiacciato dai mistificatori.

Per ovviare a tale carenza ideologica è stato redatto questo Manifesto che ispira la nostra attività sia in Spagna che nelle altre nazioni. Ci rivolgiamo a tutti i gruppi ed a tutte le organizzazioni del mondo, del blocco orientale come di quello occidentale, che sentono la stessa necessità di una rivoluzione socialista. Li invitiamo a meditare sulle idee che vi sono esposte. La rinascita di una organizzazione proletaria su scala mondiale esige la rottura con numerosi atavismi ed un ingegno costantemente inventivo. Noi siamo disposti a discutere pubblicamente quanto esponiamo, con qualsiasi gruppo la cui attività pratica e teorica mostri il suo attaccamento alla rivoluzione. Mentre disprezzeremo sempre coloro nei quali domina il dilettantismo, anche se essi pretendono di condividere, totalmente o parzialmente, le nostre idee.

L'idea rivoluzionaria «non è una passione del cervello, ma il cervello della passione» (Karl Marx) e, in quanto tale, esige qualcosa di ben diverso dalle esercitazioni letterarie e dalle proteste solo mentali. Ogni forma di dilettantismo è un riflesso del mondo contro il quale noi ci battiamo.

Dobbiamo far presente che alcune parti di questo Manifesto furono pubblicate nel 1949, con il titolo: Il Proletariato di fronte ai due blocchi, sotto la responsabilità di un gruppo chiamato Unione Operaia Internazionale, la cui esistenza fu effimera. . Tanto la succinta versione di allora quanto la presente, sono dovute, per l'elaborazione ideologica e la redazione, a Benjamin Péret e G. Munis, militanti nel Movimento Rivoluzionario Operaio (Fomento Obrero Revolucionario) cui diede origine la Sezione Spagnola della IV Internazionale. In Messico, in piena rivoluzione, nel 1936, sotto la continua minaccia degli assassini di Stalin, poi in Spagna, sfidando nuovamente la repressione franchista, Benjamin Péret non ha mai cessato un solo istante di combattere al nostro fianco. È questo il luogo più adatto per ricordare l'amico, il rivoluzionario, il poeta, la cui voce si fa sentire non poco in questo Manifesto.

Decadenza del capitalismo

Tremino le classi dominanti all'idea di una rivoluzione comunista! I proletari non hanno altro da perdere se non le loro catene. Ed hanno un mondo da conquistare.

A distanza di oltre cento anni, queste parole del Manifesto Comunista risuonano ancora come uno schiaffo sul viso degli oppressori. Sino ad oggi, lo spettro del comunismo non è stato esorcizzato dalla validità sociale del capitalismo, ma dall'avvento di nuove forze reazionarie operanti anche in seno al proletariato, alla cui testa si trova il capitalismo di Stato instaurato in Russia dalla controrivoluzione staliniana. Innumerevoli rivolte nel mondo si sono cosî risolte in sconfitte, con la sopravvivenza di una società decadente e la demoralizzazione del proletariato. Tuttavia il proletariato continua ad essere, con maggior evidenza di ieri, la sola forza capace di porre fine alla schiavitù in cui è stato mantenuto per secoli da società fondate sullo sfruttamento e sulla servitù; ma è indispensabile un rinnovamento ideologico per una ripresa del pensiero e dell'azione rivoluzionaria.

La società capitalistica ha ormai percorso il suo cammino. È la più perfetta di tutte le società basate sull'asservimento dell'uomo da parte dell'uomo che il mondo abbia mai conosciuto. Più di ogni altra essa ha sviluppato gli strumenti di produzione, la scienza, la cultura, il consumo generale e persino la libertà, entro limiti convenienti solo per una minoranza di sfruttatori. Essa ha esplorato il mondo alla ricerca di materie prime e di mercati, l'ha unificato introducendo ovunque i suoi rapporti economici; ha accresciuto numericamente il proletariato e centralizzato la proprietà o nelle mani di un numero sempre più ristretto di persone oppure in quelle dello Stato, accentuando in tal modo, più di quanto avessero fatto le società precedenti, la separazione tra la naturale capacità di lavoro dell'uomo e gli strumenti di lavoro che sono necessari all'esercizio di tale capacità. Con ciò, il meccanismo stesso del capitalismo l'ha portata a creare le condizioni materiali ed umane necessarie all'abolizione di ogni società di classe. In altri tempi, gli schiavi di Spartaco, i servi della gleba od i Sanculotti del XVIII secolo, si sono ribellati con il solo risultato di essere schiacciati o di condurre al potere una nuova classe di oppressori. Oggi il proletariato ha la possibilità di trionfare in ogni nazione e sulla terra intera, di portare l'umanità all'emancipazione. Per fare questo deve impossessarsi degli strumenti di lavoro di cui è sempre stato privato con la frode, rinnovare l'unità tra l'uomo e la natura — presupposto di ogni libertà — ed annientare lo Stato. Più che mai, la rivolta del proletariato sarà la rivolta dell'umanità. Se fallisse in questo compito, l'avvenire dell'umanità sarebbe, molto probabilmente, lo sterminio provocato dalle armi atomiche e, in ogni caso, una nuova servitù per un tempo indeterminato.

Il capitalismo dissimula la sua decadenza diffondendo nelle classi medie e tra lo stesso proletariato l'illusione di una ripresa mediante la propria «pianificazione». Questo artificio non può mascherare la verità; la degenerazione che già aprf la via alla barbarie, porta la società capitalistica al totalitarismo, espressione della crescente concentrazione del capitale nei grandi trusts e nello Stato. Questo processo è in via di compimento, se non è già compiuto, nei principali paesi occidentali ed ‘ orientali, ed anche nei paesi arretrati del preteso «Terzo Mondo». Ad esso si accompagna un relativo abbassamento del livello di vita delle masse lavoratrici, un rapido calo dei consumi in rapporto alla produzione del loro lavoro, un'accelerazione logorante del ritmo di lavoro con l'imposizione del salario a cottimo, che obbliga gli operai a sollecitare ore supplementari. In campo politico, questo processo si accompagna ad una dittatura militare, clerico-poliziesca o fascista, oppure di un partito unico neoreazionario che pretende di incarnare lo «Spirito Santo» delle masse. In tutti i casi si ha la soppressione, più o meno totale, di ogni libertà e la degradazione della cultura. Questo genere di totalitarismo è fondato su di un'accumulazione del capitale e su di un'industrializzazione tanto più reazionaria in quanto pianifica la non soddisfazione dei bisogni, la repressione ed in aggiunta il sistematico «lavaggio dei cervelli». Come punto di partenza può avere i vecchi partiti borghesi. In questo caso, allo pseudo liberalismo subentra un apetto autoritarismo che priva la classe operaia dei suoi diritti più elementari. Il totalitarismo può avere origine anche dalla fusione dei vecchi partiti con nuove forze reazionarie, in un unico partito che si identifica con lo Stato e pone gli interessi del capitalismo, inteso come sistema, al di sopra di quelli dei borghesi considerati individualmente. A questa categoria appartengono il fascismo e numerosi regimi dei paesi nuovi. Ma la forma di totalitarismo più assoluto è innegabilmente lo stalinismo. In esso lo Stato, proprietario unico degli strumenti di produzione, è direttamente costituito dalla burocrazia ex-operaia divenuta un «capitalista collettivo», che esercita arbitrariamente tutti i poteri e che stabilisce persino ciò che ognuno deve pensare. Sotto qualsiasi forma si presenti, la società capitalistica non può offrire ormai all'umanità altro che un avvenire di miseria, di coercizione economica e poliziesca, di regresso sociale e culturale | ed, in più, la guerra atomica. Sebbene le forze produttive abbiano toccato un livello mai raggiunto prima, il loro sviluppo è costantemente ostacolato dalla forma di capitale (privato, trusts internazionali o di Stato) che presentano dovunque. Questo sistema è irrimediabilmente corroso dalla contraddizione esistente tra la capacità reale o potenziale delle forze di produzione e le possibilità di assorbimento del mercato, che, per il salariato, sono sempre più limitate. Che piaccia o no a coloro che parlano di nuova rivoluzione industriale, di economia di abbondanza («afluent society»), di integrazione in essa della classe operaia e di altri oppiacei del tecnicismo, lo sviluppo capitalistico degli ultimi decenni è squallido ed è dovuto principalmente all'economia di guerra. Questo genere di economia che ha accresciuto, in proporzioni spaventose, il numero degli uomini dediti ad occupazioni parassitarie sperpera cifre astronomiche in armamenti, ed è cosi che la parte del prodotto sociale che i lavoratori ricevono diminuisce costantemente. È questo uno degli imperativi del sistema, che la produzione di guerra porterà fino all'estremo. Il risultato è un malthusianismo economico generalizzato ed una lenta disgregazione sociale che comprende anche la tecnica. Così, con l'automazione al servizio del capitalismo, la disoccupazione si estende in eguale misura negli Stati Uniti ed in Russia, mentre l'estenuazione fisica provoca stragi fra i lavoratori occupati4. La stessa astronautica, gloria e fanfara propagandistica dei grandi imperialisti, nasconde intenti omicidi e per ogni Gagarin ed ogni Glenn, milioni di uomini sgobbano durante interminabili ore di lavoro, la maggior parte di essi senza soddisfare neppure a metà le esigenze più elementari.

I lavoratori si impadroniscano dell'apparato di produzione, lo rimettano in azione a profitto di tutta l'umanità, abolendo innanzi tutto il capitale ed il lavoro salariato, e solo allora diventerà possibile, anche nelle zone più arretrate, un progresso tecnico e culturale oggi impensabile.

In campo economico, come in quello culturale, i bisogni di ogni singolo individuo e quelli dell'intera umanità sono illimitati. Dare loro libero corso costituisce l'obiettivo imprescindibile dalla soppressione delle classi e dello Stato, che la rivoluzione socialista deve prefiggersi sin dal primo momento del suo trionfo. La società di transizione che nascerà da questa vittoria, dovrà puntare decisamente verso tale obiettivo, senza perdere di vista, nemmeno per un istante, la stretta interdipendenza esistente tra produzione e consumo. Nella società attuale il profitto, che si inserisce dalla prima tappa della produzione sino all'ultima del consumo, riduce ora l'una ora l'altro. Quando diminuisce il consumo, profitto capitalista e produzione diminuiscono causando crisi erroneamente definite di «sovrapproduzione»; al contrario, aumentano quando la domanda di merci supera l'offerta. Ma il consumo delle masse va continuamente calando a causa degli sprechi per gli armamenti, gli eserciti, la polizia, le burocrazie e per ogni genere di attività parassitarie; inoltre viene rigorosamente limitato dalla legge del valore che attribuisce un prezzo al lavoro ed ai suoi prodotti, tra cui sono comprese la conoscenza scientifica e la cultura in generale. L'imposizione del prezzo del lavoro da parte dello Stato peggiora la situazione dell'operaio, perché lo lascia senza difesa di fronte al capitale. Nella società di transizione, il lucro, sotto qualsiasi forma, deve essere bandito, anche se assumesse l'aspetto di alti salari.

Poiché lo scopo di una vera economia pianificata è quello di adeguare la produzione alle esigenze del consumo, solo la piena soddisfazione di queste esigenze deve essere presa come modello di produzione e non il profitto od i privilegi, né la «difesa nazionale» o le esigenze di una industrializzazione estranea ai bisogni quotidiani delle masse.

La prima condizione per la realizzazione di questo programma non può essere altro che la soppressione del lavoro salariato, presupposto fondamentale della legge del valore, comune a tutte le società capitalistiche, benché molte di esse si reputino oggi socialiste o comuniste.

Qualsiasi sedicente economia pianificata che non tenga conto delle necessità vitali delle masse, in realtà è orientata solo verso la soddisfazione dei bisogni di una minoranza sfruttatrice e dominante, che impone alla società le più draconiane leggi del capitalismo e che costituisce una forma di Stato poliziesco. Si tratta, in questo caso, di un capitalismo di tipo dirigistico e, qualunque siano i suoi risultati industriali, esso contribuirà soltanto a sommergere l'umanità nella reazione e nella decadenza. Gli stupidi ammiratori delle ciminiere delle fabbriche e degli indici di produzione sono imbevuti del principio fondamentale dell'incremento di accumulazione del capitale. Il socialismo scientifico, come lo concepivano Marx ed Engels e come lo vuole l'umanità, non conosce altri imperativi che quelli dell'individuo, a cominciare dal lavoratore, dalla sua concreta soddisfazione, alla sua libertà, sino al completo sviluppo delle sue facoltà. Bisogna aborrire come la peste coloro «che pongono la società al disopra dell'individuo» (K. Marx).

Stalinismo contro Socialismo

La funzione storica del proletariato non consiste nella trasformazione della proprietà individuale in proprietà di Stato. La semplice soppressione della borghesia come classe proprietaria degli strumenti di produzione, non convalida assolutamente un orientamento dell'economia verso il socialismo e la disalienazione dell'umanità: «Abolizione della proprietà privata e comunismo non si identificano in alcun modo», affermava Marx.

In effetti la socializzazione dell'economia e l'abolizione del lavoro salariato, cui deve giungere la rivoluzione proletaria, non sono due obiettivi diversi o successivi, ma due aspetti di un'unica trasformazione, i quali, per conseguenza, devono venire abbinati. E deve innanzi tutto scomparire la proprietà come mezzo per assoggettare l'uomo al lavoro salariato, perché si possa parlare di socialismo. Il socialismo deve avere come base di partenza l'organizzazione della produzione da parte ed a favore dei produttori. O gli strumenti di lavori tornano alla collettività, o lo Stato proprietario, lungi dall'indebolirsi e scomparire, approfondirà l'abisso esistente tra la forma capitalistica dell'economia e la necessità del comunismo, sviluppando mostruosamente, nello stesso tempo, le sue caratteristiche dittatoriali.

In questo senso la Rivoluzione Russa costituisce un avvertimento e la controrivoluzione staliniana, che l'ha soppiantata, una lezione decisiva per il proletariato mondiale: la degenerazione della rivoluzione è stata favorita, nel 1917, dalla statalizzazione dei mezzi di produzione che una rivoluzione operaia deve invece socializzare. Soltanto l'estinzione dello Stato, come la concepiva il marxismo, avrebbe permesso di trasformare in socializzazione l'espropriazione della borghesia. La statalizzazione è stata il trampolino di lancio della controrivoluzione. Questo errore dei Bolscevichi si spiega sopratutto considerando le caratteristiche della stessa Rivoluzione d'ottobre, la quale non fu, contrariamente a quanto pretendevano opinioni deformate, una rivoluzione socialista, ma una Rivoluzione Permanente, secondo le concezioni esposte da Trotski nei libri: 1905 e La Rivoluzione Permanente, e da Lenin nelle Tesi d'Aprile; cioè: presa del potere politico da parte del proletariato, annientamento della società zarista semi-feudale, compresa quella tribale, utilizzazione da parte del proletariato delle misure della rivoluzione borghese non realizzata e fusione, senza soluzione di continuità, con le misure socialiste. Inoltre, era indispensabile il trionfo della rivoluzione socialista nei paesi europei di maggiore sviluppo economico e culturale per consentire alla Rivoluzione Permanente Russa di giungere con successo al punto di transizione verso il comunismo. In realtà, i Bolscevichi tentarono di superare il loro programma iniziale introducendo nella distribuzione dei prodotti, ed inevitabilmente nella produzione, rapporti non capitalistici. E questo fu il «comunismo di guerra», dove con la parola «guerra» si voleva alludere alla esiguità delle risorse più ancora che alla guerra civile. Trotski stesso, in Dall'Ottobre Rosso al mio Esilio, affermava che il comunismo di guerra obbediva a disegni economici più vasti di quelli delle esigenze militari di fronte ai reazionari. Il fallimento di questo tentativo, dovuto alla rapida caduta dell'indice di produzione (inferiore del 3 % rispetto a quello del 1913) provocò il ritorno al sistema mercantile che ricevette il nome di N.E.P. (Nuova Politica Economica).

Le condizioni di spirito dei contadini trasformati in proprietari dalla rivoluzione, furono, in parte, la causa del crollo della produzione, al quale contribui anche la guerra civile. Ma la responsabilità era soprattutto della mentalità borghese degli strati sociali medi, le cui funzioni erano indispensabili all'attività economica: piccola borghesia, tecnici, burocrati installati nei sindacati, in organismi amministrativi di ogni genere, nei soviet e nello stesso partito bolscevico. Lasciando legalmente le redini al commercio capitalistico, la N.E.P. saldò definitivamente l'alleanza tra gli antichi strati borghesi, che avevano sabotato la rivoluzione, i burocrati e gli ex-rivoluzionari che la immaginavano come un albero della cuccagna. Dalla loro fusione nello Stato doveva nascere la casta dominatrice che graziosamente chiama se stessa «la Intellighenzia».

E tuttavia Lenin, il quale non poteva avere che nozioni frammentarie della minaccia burocratica, definiva lo Stato, benché sovietico, «uno Stato borghese senza borghesia». Nella sua concezione, la N.E.P. ed il capitalismo di Stato che essa avrebbe creato, rappresentavano soltanto un aspetto momentaneo e un passo indietro precauzionale, in attesa della ripresa del processo di rivoluzione mondiale. La sola garanzia che rimaneva di una futura socializzazione dell'economia, era la conservazione del potere effettivo da parte dei soviet5. In effetti, il progetto di un capitalismo di Stato, politicamente dominato dal proletariato, era irrealizzabile anche se ci limitiamo a considerare i rapporti di forze nella società post-rivoluzionaria. «La tendenza della piccola borghesia a trasformare i delegati ai soviet in parlamentari od in burocrati» denunciata da Lenin sin dal 19186, si era largamente affermata al tempo della N.E.P. In tutti gli organi amministrativi e politici, gli antichi strati sociali intermediari e la nuova borghesia erano superiori ai rivoluzionari ed al proletariato. Lo Stato di cui parlava Lenin avrebbe trovato subito «la sua borghesia»: era in gestazione, infatti, una potente casta burocratica che avrebbe organizzato, a suo profitto, il capitalismo di Stato e la controrivoluzione. La N.E.P. rappresentò quindi il punto d'arresto della Rivoluzione Permanente, la quale, nonostante il tentativo del comunismo di guerra, non ha mai superato lo stadio di esercizio del potere politico da parte del proletariato e di controllo operaio della produzione, misura democratico-borghese che, secondo la concezione bolscevica, doveva preludere alla gestione operaia della produzione e del consumo, caratteristica della rivoluzione sociale. Invece della progressione rivoluzionaria senza soluzione di continuità, iniziò una regressione termidoriana che soppresse, una dopo l'altra, le conquiste operaie, fino alla parvenza stessa dei soviet, e culminò nella controrivoluzione. Strumento di rapporti e di alleanze tra gli strati borghesi della popolazione e la nuova borghesia installata negli organismi di origine rivoluzionaria, fu la libertà di commercio capitalistico: insieme di individui e di interessi. Questo miscuglio, padrone del potere e della ricchezza, si proponeva di usare ed abusare dell'uno e dell'altra a modo suo. Questa fu l'origine dello stalinismo: strada aperta nella grave penuria di viveri che rendeva difficile l'attività politica del proletariato e dei rivoluzionari, esso si aggrappò anche, usandolo come pretesto per la sua marcia indietro, al fallimento dei vari tentativi insurrezionali in Europa, fallimento che, in realtà, gli conveniva. Ma ciò che alimentò e strutturò la sua tremenda opera controrivoluzionaria in Russia e nel mondo — opera tuttavia incompiuta furono insieme la proprietà statalizzata ed il partito unico, senza fratture interne, monolitico, secondo la nuova terminologia reazionaria. Dalla libertà mercantile, lo stalinismo passò alla centralizzazione del commercio e degli investimenti di capitale, centralizzazione che costituisce sempre la base dei suoi piani economici. La concezione rivoluzionaria della pianificazione economica ha come punto di partenza la soppressione del lavoro salariato, nello stesso tempo condizione e prova della soppressione del capitale. I programmi di produzione e di industrializzazione non devono avere altro scopo se non la soddisfazione delle necessità sociali di consumo, elevando il tenore di vita delle classi sfruttate sotto il capitalismo e degli strati più poveri innanzi tutto. Soltanto in questo caso, il superlavoro operaio non pagato, che costituisce il plus-valore, andrà a beneficio di tutta la società, scomparirà lo sfruttamento e si potrà finalmente attuare il comunismo e la disalienazione dell'uomo.

La classe operaia stessa dovrà stabilire, attraverso comitati democraticamente designati proprio per questo scopo, la quantità di lavoro sociale che deve essere investita in nuovi strumenti di produzione (il che costituisce oggi il capitale costante) e quella dovuta all'espansione immediata del consumo (oggi capitale variabile, contenimento salariale). La pianificazione socialista è un capovolgimento completo del funzionamento dell'economia. Gli uomini che, oggi, sia nel blocco russo che in quello americano, sono soggetti alla produzione di capitale costante o di macchinari, devono mettere questa produzione al proprio servizio e non produrre niente che sia loro estraneo. E se per caso comitati operai, legittimamente eletti, ponessero l'industrializzazione al di sopra delle esigenze quotidiane di consumo della propria classe, non farebbero che amministrare il capitalismo e perpetuare lo sfruttamento.

I piani di produzione russi e quelli di tutti i loro imitatori, sono antitetici alla concezione rivoluzionaria della pianificazione. Essi si ispirano ai principi della accumulazione del capitale, assai meditata, il cui modello è l'analisi della società capitalistica fatta da K. Marx, e vengono stabiliti dettagliatamente secondo il tasso di produttività più alto possibile per ciascuna categoria operaia e la remunerazione più bassa della mano d'opera. Il super-sfruttamento che questi piani comportano, risulterebbe impossibile senza la centralizzazione totale dei capitali nello Stato, padrone esclusivo, legislatore del prezzo della mano d'opera, della merce-uomo, che non dispone neppure della libertà di trattare la propria vendita al capitale. Ecco come e perché l'espropriazione della borghesia attuata nel 1917, invece di aprire la strada al socialismo, diede luogo ‘alla forma più brutale di sfruttamento dell'uomo da parte dell'uomo: il capitalismo di Stato. Per organizzare il suo capitalismo di Stato, la controrivoluzione staliniana sfruttò la miseria materiale e mentale della vecchia Russia, aggravata da otto anni di operazioni militari. Malgrado tutto, politicamente, essa ha dovuto sterminare, e nel modo più abietto che si possa immaginare, un'intera generazione rivoluzionaria, prima di riuscire ad affermare solidamente il suo dominio. I grandi processi di Mosca nel 1936-38 ed il massacro o la deportazione in Siberia di tutti quelli che rimanevano fedeli all'Ottobre Rosso, non hanno equivalenti negli annali delle controrivoluzioni, nemmeno sotto le dittature hitleriana e franchista. Quelle azioni rivelano una coscienza reazionaria ed una ferocia che costituiscono uno dei pericoli più temibili per il proletariato internazionale. Da allora, se non da prima, la politica estera russa, a parte la sua concorrenza imperialistica con le potenze occidentali e complementariamente ad esse, si è prefissa, come obiettivo fondamentale, di evitare qualsiasi rivoluzione sociale nel mondo, o di soffocarla, attraverso i suoi partiti nazionali, con l'imposizione del capitalismo di Stato sotto il nome di socialismo.

Le prove di questa politica sono numerose, dalla Rivoluzione Spagnola al trionfo di Mao TseTung ed all'entrata dei carri armati russi in Budapest in rivolta, per non parlare della rapida cristallizzazione reazionaria del potere castrista. In conclusione, la controrivoluzione staliniana costituisce l'avvenimento negativo più importante del nostro secolo. Grazie ad essa ed all'azione dei partiti suoi vassalli, il proletariato ha subito sconfitta su sconfitta e vive ora nel marasma, alla mercé di qualsiasi forza che possa scagliarsi contro di esso. Coloro che appoggiano quella controrivoluzione, qualsiasi ragione invochino, rappresentano il nemico di classe e coloro che la considerano solo una distorsione politica degli obiettivi rivoluzionari, rivestono, rispetto ad essa, il medesimo ruolo che aveva l'antico riformismo in rapporto al capitalismo in espansione. Di conseguenza, per creare un'organizzazione operaia della rivoluzione mondiale, si deve esigere da tutti i gruppi e dai singoli individui una rottura preliminare con lo stalinismo, sulle seguenti basi:

  1. prodotto della controrivoluzione staliniana, il sistema economico russo è un capitalismo di Stato imperialista identico al suo rivale americano;
  2. tale capitalismo non può essere orientato in un senso proletario da alcun provvedimento, meno che mai da una rivoluzione esclusivamente politica; può essere abolito solamente da una rivoluzione sociale, previa distruzione di tutte le istituzioni attuali, compreso il partito dittatoriale ed il sistema di proprietà statale;
  3. in nessun senso lo stalinismo può essere ritenuto un movimento operaio opportunista o tiformista ma deve essere considerato controrivoluzionario, apportatore del capitalismo di Stato e distruttore delle libertà operaie indispensabili all'organizzazione del socialismo;
  4. il suo sistema di «unità nazionale» svela la sua vera natura. Socialmente identico a quello della vecchia borghesia, ma politicamente più perfido, esso postula per sé la suprema direzione, economica e politica, del capitale in ogni paese. La dichiarazione di Mosca, detta «degli ottantuno partiti», dissimula appena questo scopo.

E perciò, i rivoluzionari devono vedere nello stalinismo un nemico di classe e considerare qualsiasi intesa od alleanza con esso un abbandono della causa proletaria, se non addirittura un tradimento. La destalinizzazione di Krusciov, complice di Stalin nello sterminio dei Bolscevichi del 1917, mira, nel migliore dei casi, a consolidare lo stalinismo perfezionandolo come sistema. La legalità «sovietica» di cui parla il continuatore di Stalin, è quella della sua burocrazia capitalistica. Il proletariato non ha a che fare con una simile legalità, se non per distruggerla ed intraprendere la creazione di una sua propria legalità. Neppure la libertà di parola, di organizzazione, di stampa, ecc. o la riabilitazione di Trotski e di numerosi altri rivoluzionari calunniati e giustiziati, che la burocrazia potrebbe essere costretta ad accordare, riuscirebbe ad alterare la natura del capitalismo di Stato, opera essenziale della controrivoluzione staliniana.

Infine, tra il capitalismo occidentale e la controrivoluzione staliniana, esiste, sin dalle prime manifestazioni di quest'ultima, un'intesa politica ora tacita ora esplicita. I servizi che si sono resi vicendevolmente sono numerosissimi. Il capitalismo occidentale deve la sua longevità e la sua prosperità alla controrivoluzione staliniana e questa, a sua volta, deve al capitalismo occidentale il suo consolidamento e la sua espansione. Dopo gli accordi di Potsdam, Washington e Mosca si riconoscono reciprocamente leaders dell'ordinamento mondiale, malgrado la loro rivalità per il predominio. E se l'idea del ritorno del proletariato al potere in Russia spaventa il capitalismo americano, la prospettiva, purtroppo improbabile per un prossimo futuro, di una rivoluzione sociale negli Stati Uniti, non spaventa di meno la casta dirigente russa7.

Imperialismo ed Indipendenza Nazionale

La relazione imperialismo-colonie costituisce la trama sempre più stretta del mercantilismo mondiale, ed è perciò insuperabile quanto la relazione fondamentale capitale —sfruttamento del lavoro salariato— capitale incrementato. Da qualche tempo l'una e l'altra si vanno modificando unicamente a causa della loro propria esasperazione, rendendo sempre più straziante la dissociazione tra l'insieme dei sistemi mondiali e le necessità umane.

Dalla fine dell'ultima guerra, numerose colonie si sono viste concedere l'indipendenza, in altri paesi sono state combattute guerre locali per ottenerla; da ogni parte si sente parlare di decolonizzazione, «industrializzazione dei paesi sotto‘sviluppati», «rivoluzione nazionale» ed altri ritornelli simili. Ed intanto la Russia si è impadronita di nove paesi in Europa8, di mezza Corea e del Vietnam in Asia, dove la vasta Cina vede la sua sovranità nazionale più limitata di come lo era ai tempi delle Concessioni straniere; per il resto, nella maggior parte del mondo, la tutela degli Stati Uniti incombe persino sulle nazioni più antiche e forti. Si tratta, in tutti questi casi, di un unico ed identico processo di riadattamento del pianeta alle forze imperialistiche rimodellate dalla guerra del 1939-45.

Concessa dalla potenza colonizzatrice o conquistata con le armi, l'indipendenza nazionale non implica assolutamente la rottura con l'imperialismo, ma, al contrario, lo fa apparire sotto una luce più chiara, nella sua più vera natura di impresa economica. In effetti, siamo arrivati ad un punto in cui il lavoro ed il patrimonio di conoscenze di numerose generazioni si trovano concentrati, dopo molteplici spoliazioni militari e mercantili, in giganteschi strumenti di produzione dominati principalmente dagli Stati Uniti e dalla Russia. Avendo, questi strumenti, un carattere capitalistico in ambedue i paesi, la rotazione dell'economia, in tutto il mondo, avviene necessariamente attorno ai loro rispettivi centri. Invertito, questo argomento assume il valore di una dimostrazione: è sufficiente che la rotazione economica di un paese abbia per asse un altro paese perché sia provata la natura capitalistica e dell'asse e del satellite, Il fatto è che le nazioni, come gli individui, non possono sottrarsi agli imperativi dell'accumulazione del capitale senza sopprimere il capitale stesso.

Pit le scoperte tecniche sono importanti e produttive (automazione, cibernetica, energia nucleare a scopi pacifici o bellici, chimica industriale ed agricola, ecc. ecc.) più opprimente si fa il peso della Russia e degli Stati Uniti su tutti gli altri paesi del mondo, amici od avversari, ma soprattutto su quelli amici. L'antagonismo militare tra i due blocchi si collega ai fattori economici e tecnici, consolidando cosi il dominio dell'imperialismo ed estendendolo sino a territori che parrebbero dimenticati, se non vi fosse questa intensa preparazione alla guerra. Insomma, sia per il suo enorme volume, sia per l'alta specializzazione scientifica delle sue installazioni industriali, il capitale americano, come quello russo, non può aiutare seriamente un'economia nazionale senza renderla vassalla. L'occupazione militare ed amministrativa, propria del regime coloniale, si è rivelata un sintomo della debolezza economica di una metropoli. Come su scala nazionale il capitalismo fonda il suo dominio sul monopolio degli strumenti di lavoro, col quale tiene in suo potere le classi lavoratrici e trasforma i piccolo-borghesi in tanti commessi, su scala internazionale esplica la sua completa funzione imperialistica solo attraverso il drenaggio del plus-valore verso i capitali più forti. Bisogna però intendere capitali nel senso più lato di capacità industriale e tecnica, più che in senso puramente finanziario. L'assoggettamento delle economie deboli a quelle forti avviene cosi per via «naturale», poiché la coercizione principale, intrinseca al sistema, è quella dell'incremento del capitale investito in ciascun ciclo di produzione. Il vassallaggio dei paesi sottosviluppati sarà sempre proporzionale agli aiuti che essi riceveranno dalle grandi potenze, il che aumenta ancora la distanza economica esistente tra gli uni e le altre. L'indipendenza nazionale accelera questo processo attraverso l'associazione volontaria degli sfruttatori locali i quali, traendo profitto dagli sporchi tranelli patriottici tradizionali, diventano i furieri del grande capitale imperialistico, la potenza del quale, oggi, non ha gran che da temere, nemmeno dalla nazionalizzazione delle sue proprietà da parte dei paesi «sovrani». «L'espropriazione degli imperialisti» seguita a tributare il dovuto agli imperialisti mediante il gioco del commercio e degli investimenti in tutte le branche della produzione mondiale, senza cessare di stringere le catene che legano i deboli ai forti. Non è impossibile che un paese passi da una sferza imperialista all'altra, ma la legge di ferro dell'economia capitalistica non può essere abolita che con la soppressione della merce, cominciando dalla sua origine, cioè il lavoro salariato il quale fa dell'uomo, in qualunque parte del mondo, un essere menomato, continuamente preda dei demagoghi nazionali e internazionali.

I fatti hanno confermato la tesi di Rosa Luxemburg che, al contrario di Lenin, negava la possibilità, sotto il capitalismo, di un «diritto dei popoli a disporre di se stessi». Gli argomenti che Lukacs oppone a questa tesi9 sono imbevuti di dirigismo riformista. Quelli di Lenin erano soprattutto di carattere tattico, oggi completamente superati. Nella misura in cui questo diritto ha acquisito forza di legge, è diventato esclusivamente il diritto degli sfruttatori autoctoni a scegliere il proprio imperialismo al fine di sfruttare i lavoratori a loro piacimento.

Evidentemente, questo non è più il momento di sviluppare il capitalismo in alcuna parte del mondo ma quello di abbatterlo dovunque. La stessa espansione nel mondo dell'apparato imperialistico moderno costringe il proletariato ad intraprendere la sua azione su scala planetaria e nello stesso modo sia nei paesi arretrati e nelle colonie che nelle metropoli, sul terreno della rivoluzione sociale e non su quello della nazione capitalistica. L'azione rivoluzionaria deve basarsi ovunque sul diritto degli sfruttati a disporre di se stessi, a rovesciare il capitalismo e la nazione, ad intraprendere un'economia socialistica internazionale.

La «rivoluzione nazionale», la «industrializzazione dei paesi sotto-sviluppati», il ruolo «progressista del Terzo-Mondo» ecc. sono altrettante lusinghe ed inganni reazionari. Possono solo essere utili ai singoli blocchi imperialisti contro i loro avversari. Senza la rivoluzione sociale, è possibile soltanto passare dall'orbita di Washington a quella di Mosca, o inversamente, come provano incontestabilmente i casi di Cuba sotto Castro e della Jugoslavia. Persino una guerra come quella d'Algeria, a proposito della quale tutta la sinistra francese, incapace di abbracciare la causa della rivoluzione sociale in Algeria ed in Francia, ha ballato al suono della musica eseguita da Mosca, quando non lo faceva con quella del Cairo, è opera della guerra fredda. Senza di essa gli ammazzasette del F.L.N. non avrebbero mai smesso il loro ruolo di pupilli dell'imperialismo francese per assumere quello di eroi nazionalisti. Installati al potere essi non potranno, in nessun caso, comportarsi diversamente dai soci in accomandita del capitale occidentale od orientale. Si sostituiranno ai «pieds-noirs»10.

Tutte le dilazioni sono giunte a termine, tutti gli sviluppi economici e politici del mondo attuale sono al punto di riflusso. E cosi industrializzazione e scoperte tecniche non potranno trovare, sotto il regime capitalistico, nelle colonie come nelle metropoli, che un'applicazione assai ristretta e «reazionaria»; cosî la cultura e la libertà regrediscono di fronte alla propaganda che abbrutisce ed alle esigenze poliziesche di un sistema putrefatto; cosi organizzazioni che continuano a dichiararsi comuniste per un'odiosa impostura, sono in realtà ultra-capitalistiche ed animate dalla più perfida coscienza controrivoluzionaria; cosi le masse dei paesi sottosviluppati vengono abbindolate a beneficio dei preparativi di guerra, mentre potrebbero costituire un fattore di importanza capitale nell'abbattimento dell'imperialismo americano-russo.

Proclamiamolo: qualsiasi lotta nazionale è reazionaria; colonie o metropoli, Russia o Stati Uniti, gli sfruttatori devono avere come obiettivo immediato ed universale la lotta per la conquista del potere, l'espropriazione del capitale privato o di Stato, la socializzazione internazionale della produzione e del consumo.

Rivoluzione o Guerra Imperialistica

Sin dal 1914 le forze della produzione, il potenziale umano e la cultura avevano raggiunto il livello indispensabile all'attuazione della rivoluzione socialista. All'umanità, ed al proletariato in particolare, si presentava un'alternativa: rivoluzione o guerre continue, soppressione del capitale o decadenza e ritorno alla barbarie. Due guerre hanno portato allo sterminio decine di milioni di uomini e distrutto il lavoro di diverse generazioni, al solo scopo di imporre al mondo la dominazione di uno dei blocchi schiavisti. Due volte, in meno di trent'anni, i governi dei paesi belligeranti hanno chiamato le rispettive popolazioni al massacro di quelle dei paesi «nemici», in nome della libertà, della civiltà, del diritto e del benessere futuro, promettendo per il domani, come tutte le religioni, ciò che negano per l'oggi. Al fine di stabilire un nuovo equilibrio mondiale, gli alleati di ieri sono ancora disposti a provocare una nuova carneficina che, questa volta, può portare allo sterminio del genere umano.

Per le masse lavoratrici, la guerra rappresenta la più terribile calamità. Distratte dai loro obiettivi di classe, esse sono costrette a combattere per la difesa dei privilegiati dei singoli paesi belligeranti perché, contrariamente a quanto cercano di far credere la propaganda borghese e socialdemocratica e la reazione fascista o staliniana, non esiste 7245 un interesse nazionale collettivo, ma soltanto degli interessi di classe, e quelli del proletariato sono gli unici ad identificarsi con gli interessi dell'umanità.

La guerra, o, a volte, la sua semplice minaccia, accentua la miseria degli operai e la supremazia militare, provoca un regresso sociale generalizzato, propizio a qualunque impresa reazionaria. Ma la guerra non può essere evitata né dai governi occidentali ed orientali, essendo essa implicita nella meccanica del loro sistema, né dai movimenti puramente pacifisti, sempre impotenti. Bisogna sradicarne la causa dalla società mondiale e cioè il capitalismo. Ricordiamo che se i proletari delle due parti belligeranti nel 1914 avessero attaccato i rispettivi governi invece di uccidersi a vicenda, sarebbero stati risparmiati all'umanità cinquanta anni di patimenti e di conflitti. Ma i dirigenti operai, facendo lega con gli sfruttatori, spinsero alla guerra da entrambe le parti ed imposero cosi alla classe operaia il dilemma reazionario della distruzione di un gruppo di paesi a profitto di un altro. Il proletariato, di conseguenza, subi una grave sconfitta ed un immenso regresso ideologico. L'azione internazionalistica di Lenin, di Trotski e di una parte dei Bolscevichi, permettendo la vittoria della Rivoluzione Russa, riproponeva nei suoi termini esatti il dilemma dell'umanità, chiamando i popoli ad impossessarsi dell'economia e del potere politico. Indubbiamente il tradimento dei leaders dell'Internazionale Socialista avrebbe avuto una portata assai limitata se la stessa Rivoluzione Russa non fosse stata tradita qualche anno dopo il suo trionfo. In realtà molto prima del 1939 il governo del Cremlino e la sua Terza Internazionale avevano respinto il dilemma posto dall'evoluzione storica, assumendo l'alternativa posta dalla reazione. Il Fronte Popolare non aveva. ancora fatto la sua apparizione ufficiale, che già la loro politica, intenzionalmente volta alla guerra, aveva come unico e fondamentale obiettivo quello di paralizzare l'azione rivoluzionaria del proletariato. Grazie quindi ai partiti «comunisti» legati a Mosca, fu nuovamente imposto alle masse un orientamento sciovinista e reazionario. Accanto alle potenze dell'Asse contro la «plutocrazia americana» (Patto germanico-russo e soppressione della stampa staliniana di lingua tedesca), come accanto a quest'ultima «contro il fascismo» (partecipazione alla guerra combattuta insieme alle «democrazie» ed alle resistenze nazionali), il Cremlino ed i suoi partiti non facevano che passare da un blocco imperialista all'altro. La catastrofe cosi inflitta alle masse di tutto il mondo non ammette paragoni con nessun'altra. Essa è la causa principale della demoralizzazione attuale del proletariato e fa in modo che gli apparati organici stalinisti, clericali o militari abbiano facile presa su di esso.

Proprio questa politica ha permesso alla controrivoluzione russa di diventare la seconda potenza imperialistica del globo, anche se non senza l'appoggio materiale e morale della prima. All'umanità essa ha portato la suddivisione del pianeta in due zone di influenza e la falsa propaganda di «coesistenza pacifica», che si traduce praticamente in «guerra fredda» ed in equilibrio del terrore permanente. «Coesistenza» e «guerra fredda» sono, in realtà, il dritto ed il rovescio di una sola strategia duttile, suscettibile di avventurarsi in ostilità locali, di accontentarsi, per un certo periodo, della delimitazione di zone di influenza incontestata, oppure di affidarsi alla suprema decisione militare, secondo gli imperativi dell'espansione, le esigenze di politica interna od anche secondo le informazioni ricevute dai servizi di spionaggio segreto. Comunque sia, ed a dispetto del freno che le armi termonucleari impongono ai due colossi, all'equilibrio del terrore succederà la disintegrazione di mezza umanità e più, a meno che le masse non agiscano tempestivamente. Apice dello sfruttamento di un uomo a favore di un altro uomo, guerra di classe permanente e legale, il capitalismo rivela militarmente, nel modo più innegabile e terrificante, la sua completa caducità come sistema e la sua incompatibilità con le necessità immediate e le aspirazioni umane. Negli strumenti di guerra la cui capacità distruttrice non è più quella degli uomini e dei primati, ma quella della vita organica elementare, si sostanzia la forma capitalistica degli strumenti di produzione che, impegnando le relazioni sociali in generale, soffoca a poco a poco l'umanità, anche supponendo che la pace duri indefinitamente. La soluzione di questo dilemma mondiale è urgente: farla finita col sistema attuale o degenerare.

In una situazione del genere, i congressi o movimenti «per la pace» promossi dai rappresentanti o dagli amici dell'uno o dell'altro blocco sono, in realtà, merce di guerra e reclutamento paramilitare della classe operaia. L'internazionalismo rivoluzionario reclama un'azione indistinta contro il blocco americano e quello russo non a favore di una pace tra di loro, «statu quo» reazionario, ma contro le rispettive strutture capitalistiche, fonte della loro rivalità per lo sfruttamento egemonico del mondo. Questo compito internazionalistico non può essere assolto senza che siano messi alla gogna nelle assemblee, sulla stampa rivoluzionaria di tutti i paesi e dentro le fabbriche, i protettori di Mosca e di Washington, testa di ponte dei rispettivi eserciti imperialisti. Il disfattismo rivoluzionario non è caduto in proscrizione come pretendono, convinti di progredire, alcuni gamberi innovatori, al contrario, la sua necessità si fa sentire in piena pace e si estende fino al settore economico. Il nemico principale continua sempre ad essere quello interno, però in ogni paese si possono e si devono colpire anche i servi del blocco opposto. Di fronte all'equilibrio del terrore, è indispensabile postulare il diritto dei lavoratori di tutti i paesi — diritto elementare di conservazione della vita, in mancanza del quale ogni altro diritto diventa una beffa a reclamare ed a «mettere in esecuzione» lo smantellamento di tutte le armi e di tutte le industrie belliche, atomiche o classiche, a sciogliere gli eserciti ed ad abolire le frontiere.

A creare un movimento mondiale in questo senso, potrebbe contribuire in modo decisivo il proletariato americano, aprendo una breccia nel totalitarismo che impedisce la possibile azione dei lavoratori russi, cinesi, ecc. Ma è necessario che la parte più cosciente cominci col condannare senza equivoco il proprio imperialismo e che assolva con vigore questo impegno. Cosf i rivoluzionari di tutto il mondo sarebbero nelle migliori condizioni per organizzare la fraternizzazione con il proletariato del blocco avversario, forzando, se necessario — e lo sarà —, i cordoni della polizia.

Le Prospettive Marxiste

Nei vecchi paesi capitalistici lo Stato, la polizia, le leggi, i tribunali riuniscono e rappresentano gli interessi dei singoli capitalisti e dei diversi trusts. Nella Russia attuale lo Stato è l'unico sfruttatore. In esso sono confluiti la proprietà ed il plus-valore capitalistico ed in più la polizia, l'esercito ed i tribunali complementari. L'avvento di un regime totalitario cosi perfezionato non entrava nelle prospettive di Marx e di Engels, il cui punto di partenza era lo sviluppo del capitalismo, la sua distruzione ed il suo superamento per necessità rivoluzionarie interne. La loro analisi e le loro prospettive, corrispondenti all'epoca in cui il capitalismo stava per raggiungere il suo apogeo, non permettevano loro di discernere i tratti specifici del suo declino. Inoltre il notevole sviluppo del movimento operaio, negli ultimi anni della sua esistenza, faceva loro sperare che il partito rivoluzionario del proletariato avrebbe distrutto la società capitalistica nel momento in cui questa avesse cessato di avere un valore positivo per tutta l'umanità.

Se Marx ed Engels hanno spesso considerato la rivoluzione sociale come inevitabile, non l'hanno però mai vista come un processo automatico. Tuttavia le affermazioni relative all'ineluttabilità del socialismo hanno condotto molti marxisti verso concezioni meccaniche estranee allo spirito rivoluzionario. La loro base essenziale è l'affermazione che la centralizzazione economica rimane il segno di evoluzione positiva del capitalismo, se non l'inizio del socialismo. Ora, l'esperienza insegna che la concentrazione del capitale, in altri tempi fattore progressivo dell'evoluzione sociale, oltre un certo limite, assume caratteristiche reazionarie. Però questo limite non è esprimibile in cifre, poiché esso è determinato da altri fattori come il livello culturale e politico, il grado di libertà ideologica ed economica consentito alle masse, nonché il grado di maturità generale della società, cioè quella che si potrebbe chiamare l'età del sistema. Una volta raggiunto questo livello di progresso, indubbiamente già oltrepassato, la società non può più progredire se non con la rivoluzione, e questo indipendentemente dal grado di sviluppo o di concentrazione di ciascuna economia nazionale. L'intervento cosciente dell'uomo deve rompere l'automatismo della concentrazione ormai regressivo.

Continuare a vedere nella concentrazione dei mezzi di produzione un qualcosa di positivo conduce alla concentrazione già criticata, secondo la quale l'abolizione della borghesia, in quanto classe possidente, e la statalizzazione dell'economia costituiscono la base materiale della società di transizione, dalla quale sorgerà spontaneamente il comunismo, se la borghesia non riprenderà il sopravvento. I «marxisti» che difendono simili teorie finiscono, prima o poi, come si è già visto, con l'ammettere che lo stalinismo, attraverso le nazionalizzazioni, assolve il compito essenziale della rivoluzione proletaria; il che equivale a passare dall'altra parte della barricata.

Le previsioni di Marx relative allo sviluppo del capitalismo, in linea generale, si sono avverate, ma nel frattempo sono apparsi alcuni aspetti nuovi che sono caratteristici dell'epoca di decadenza della società capitalistica. In effetti, oggi è possibile attribuire un significato storico al capitalismo di Stato, l'ultima delle trasformazioni provocate dalla concentrazione dei capitali, che è andata operando sulla proprietà individuale come legge inerente al sistema. Sia che derivi dallo stalinismo, dal nazismo, dalle democrazie occidentali oppure dal panarabismo, nel quale si sentono ancora risonanze dei filistei biblici, la statalizzazione concretizza, prolungandola, la tendenza generale del capitalismo intravista da Marx.

Nel primo stadio del capitalismo moderno, quello dell'economia liberale, la proprietà, strettamente individuale, corrispondeva soltanto al capitale investito in ciascuna impresa. La concorrenza costituiva, per i singoli capitalisti, il campo di battaglia per la conquista di un mercato ristretto, che raramente superava le frontiere nazionali. Generata dallo stesso processo di accumulazione del capitalismo e dagli imperativi della meccanizzazione, la necessità di investire somme sempre più considerevoli originò l'associazione dei singoli capitalisti ed infine le società anonime, in cui sono investiti immensi capitali provenienti da una moltitudine di singoli azionisti, che non intervengono realmente nella gestione della società.

Nel secondo stadio, quello dell'imperialismo, le società anonime si raggruppano in trusts ed in cartelli che regolano i prezzi su vasta scala, dandosi contemporaneamente una battaglia accanita per la conquista dei mercati e delle materie prime. E lo Stato che, nello stadio precedente assicurava un relativo equilibrio tra i capitalisti, diventa, con l'imperialismo, lo strumento esecutivo dei trusts e dei cartelli, i più potenti dei quali si adoperano per assicurarsene il controllo. Questo è il primo segno della decadenza della società capitalistica, ormai caratterizzata da un'enorme espansione dell'industria di guerra.

Il terzo stadio o capitalismo di Stato, è una conseguenza meccanica del processo anteriore, accelerato dalle guerre e dalle controrivoluzioni. Qualsiasi paese arretrato può giungervi, però, solo se è spinto da interessi retrogradi, cosi come le esigenze rivoluzionarie mondiali gli permettono di accedere alla rivoluzione proletaria, alla stessa stregua dei paesi industrializzati. Non si può comprendere la Rivoluzione Russa se non si considera la maturità mondiale delle idee e dell'economia, che avrebbe reso possibile la realizzazione del socialismo. In questo modo, ma in senso reazionario, lo stalinismo raggiunse direttamente il grado massimo di accentramento e di sfruttamento capitalistico nel mondo.

Nel capitalismo statale, i mezzi di produzione che non possono conservare la loro struttura con la sola azione dei singoli proprietari, sono sottoposti alla protezione dello Stato, il supremo rappresentante dello sfruttamento, «il capitalista collettivo ideale» (Engels), nel quale viene a concentrarsi la proprietà, che diventa proprietà indivisa dei membri dello strato sociale, o casta, che detiene il potere politico, a tal punto che essa perde — in Russia, per esempio — ogni relazione con l'investimento diretto del capitale da parte dei singoli proprietari. Nel vecchio capitalismo, ormai scomparso quasi ovunque, l'esercizio del potere politico era una conseguenza della ricchezza; nel capitalismo di Stato, la ricchezza si collega direttamente allo sfruttamento di una parte qualsiasi del potere politico. Il circolo dei dominatori tende a restringersi ed a diventare sempre più dispotico. Lo Stato, proprietario e collettore del plus-valore, lo distribuisce tra i suoi servitori, il che alimenta il servilismo verso il gruppo supremo che domina e che diventa sempre più ristretto. Da parte loro, i lavoratori vivono più curvi che mai sotto il peso della schiavitù salariale, arbitrariamente imposta dallo Stato, padrone unico ed assoluto. Il dislivello economico tra sfruttatori e sfruttati, l'arbitrio degli uni e l'assoggettamento degli altri, assumono proporzioni mai raggiunte. «Sempre più il capitale appare come una potenza sociale della quale il capitalista è il funzionario», diceva Marx. Ecco il capitalismo di Stato, livello di degenerazione della società attuale, che i falsari presentano al proletariato come socialismo.

La borghesia, che era la classe dello sviluppo e dell'apogeo del capitalismo, ha svolto un'importante funzione storica: si trattava e si tratta ancora di porre fine al capitalismo, al suo Stato ed alle sue classi; altrimenti la decadenza del sistema, già avviata, non sarà opera di una classe ben distinta ma di caste o di burocrazie che, dominando lo Stato ed i suoi terribili strumenti di repressione, corrompono la società e la conducono verso la barbarie. È questa una delle lezioni più impressionanti della storia recente.

Dopo il periodo di intervallo tra le due guerre, l'involuzione o movimento retrogrado della società capitalistica, si è manifestata in modi diversi. Una delle prime manifestazioni, in ordine cronologico, fu l'apparizione di immensi eserciti di disoccupati in tutta l'Europa e negli Stati Uniti. In Russia, la moltiplicazione dei campi di lavoro forzato era l'equivalente della disoccupazione, aggravata dalla degradazione della mano d'opera. Ancora oggi, a dispetto della mobilitazione di milioni di uomini nei due blocchi, la disoccupazione non è scomparsa. Ma il segno più brutale della degenerazione fu incontestabilmente la guerra del 1939-45, le cui conseguenze reazionarie appaiono sempre più gravi: spartizione del mondo e rivalità tra la Russia e gli Stati Uniti, quali leaders, occupazione militare di numerose nazioni, eliminazione o smembramento di altre, economia di guerra endemica, minaccia termonucleare, che nessun accordo tra i due Imperi riuscirà a scongiurare, una degradazione della coscienza delle masse lavoratrici e della società in generale, che ciascun blocco coltiva a modo proprio.

La pace, o più esattamente l'armistizio, che stiamo vivendo, ha visto l'affermarsi di metodi di sfruttamento cosi feroci, che il salario fisso e la giornata di otto ore lavorative sono scompatti quasi ovunque. La paga «a cottimo», che il movimento operaio era riuscito ad abolire, ricompare sotto molteplici forme: premi, bonificazioni, indennità, lavoro ad ore, che la razionalizzazione del lavoro, le catene ed i sistemi di cronometraggio — o meglio le macchine stesse — si incaricano di perfezionare. I lavoratori si trovano cosi nella necessità di produrre sempre di più e di fare volontariamente ore straordinarie, quando esse non sono addirittura imposte dai contratti sindacali. Il risultato di questi metodi scientifici di sviluppo del capitale, la cui iniziativa è, in molti casi, dovuta alla controrivoluzione russa, sono: l'estenuazione dei lavoratori ed un letargo intellettuale assai utili ai loro nemici, in aggiunta ad una generale degradazione professionale, propria della tecnica moderna al servizio dello sfruttamento. La maggior parte degli operai non sono che dei semplici manovali aggiunti ad una macchina, e gli stessi specializzati lo sono a tal punto che mancano di professione.

Il crescente rendimento dei lavoratori e delle macchine ha provocato una mostruosa concentrazione degli strumenti di produzione, cioè del capitale, al quale essa conferisce una tirannia economica e disciplinare sulla mano d'opera, tirannia mai raggiunta prima ed estremamente perniciosa. E mentre i possidenti occidentali si organizzano in Mercato Comune Europeo, in vista di un Mercato Intercontinentale (nell'altro blocco in COMECON11), i lavoratori restano divisi non soltanto in blocchi ed in nazioni all'interno di essi, ma anche per branche di produzione, da un'impresa all'altra, da una categoria all'altra, e, in ogni stabilimento, devono subire una sorveglianza ed una regolamentazione rigorosamente militari, che trenta anni fa sarebbero state rifiutate come un attentato alla loro dignità.

Questo contrasto tra l'assoluta libertà di manovra del capitalismo e la paralisi del proletariato è la diretta conseguenza della sconfitta della rivoluzione mondiale tra il 1917 ed il 1937, conseguenza aggravata dai risultati negativi dell'ultima guerra. L'espansione del capitalismo è rigorosamente condizionata, da decenni, sia in oriente che in occidente, dalla mancanza di azione rivoluzionaria da parte del proletariato. Da ciò la natura doppiamente reazionaria dell'attuale super-concentrazione del capitale. Essa era superflua per il rovesciamento comunista della società ed inoltre ha posto nella necessità di ricostruire pietra su pietra le loro organizzazioni rivoluzionarie, tutti gli sfruttati assediati da un complesso insieme di nemici, che vanno dal grande capitale privato o di Stato, sino ai partiti ed ai sindacati, i quali completano la struttura legale dell'accumulazione incrementata.

Al centro di questa tanto poco gradevole situazione, la funzione storica che il marxismo assegna al proletariato, cioè la trasformazione della società di sfruttamento in comunismo, assume la più grande urgenza sociale su scala planetaria.

Senza di essa l'umanità, nel migliore dei casi, si fossilizzerà in un bizantinismo ancora peggiore di quello che provocò la caduta della civiltà grecoromana. Ma non si deve sperare il recupero dello spirito combattivo ed il sorgere di una situazione rivoluzionaria da una di quelle crisi cicliche, cioè da una di quelle crisi a torto chiamate «di sovrapproduzione», come pensano certi marxisti che propendono per l'automatismo economico. Quelle erano semplici scosse che riportavano l'equilibrio nello sviluppo caotico del sistema, e non un effetto del suo esaurimento. Il capitalismo dirigistico è in grado di attenuarle o di evitarle in diversi modi, e, d'altro canto, anche se una di esse si verificasse, in nessun caso genererebbe da sola un movimento rivoluzionario. Senza l'intervento di qualche cosa di diverso, essa potrebbe, al contrario, favorire i perfidi disegni dei nuovi reazionari, i quali attendono la loto ora con i piani quinquennali nella cartella e le norme di produzione in pugno.

La crisi generale del capitalismo è prodotta dal suo esaurimento in quanto sistema sociale. Essa si verifica, sommariamente parlando, in quanto gli strumenti di produzione, come il capitale e la distribuzione dei prodotti limitata dal salario, sono diventati incompatibili con le necessità umane ed anche con le massime possibilità che la tecnica offre allo sviluppo economico. Tale crisi è insuperabile per il capitalismo e, sia in occidente che in Russia, si aggrava giorno per giorno.

Di conseguenza, il recupero del proletariato deve necessariamente venire da una violenta ed estesa scossa contro le condizioni economiche e politiche imposte, sin dal periodo prebellico, dall'accumulazione incrementata e dirigistica del capitale. E questa scossa non può essere prodotta senza la previa rottura con gli schemi tradizionali delle rivendicazioni immediate e della progressione rivoluzionaria. Oggi, il primo scopo da raggiungere è l'abolizione dei premi, delle ore straordinarie, del lavoro a cottimo ed anche una notevole riduzione della giornata lavorativa, senza che, in nessun caso, la paga media venga diminuita. La parola d'ordine deve essere: meno lavoro più paga! In secondo luogo bisogna attaccare frontalmente la sfrenata e reazionaria accumulazione del capitale al grido di: ogni incremento della produzione a favore della classe lavoratrice che lo realizza!, la cui prospettiva è l'organizzazione del socialismo, non il capitalismo di Stato.

Politicamente la classe operaia deve cominciare con l'affermazione del suo diritto a rifiutare ogni regolamento di fabbrica e qualsiasi contratto di lavoro, dettati sia dal capitale sia dai sindacati congiuntamente al capitale, e cioè il suo diritto sovrano di decisione diretta su tutti i suoi problemi e sugli scioperi, mediante delegati eletti ed assemblee tenute a tutti i livelli necessari. Infine, non bisogna dimenticare il diritto individuale e collettivo del proletariato all'intervento politico al fianco dei lavoratori di tutti i paesi. Questo è il cammino dell'umanità rivoluzionaria europea e mondiale, opposto all'unificazione retrograda del capitale attorno a Washington ed a Mosca. I salariati dei paesi che conservano qualche libertà democratico-borghese non solo apriranno il cammino alla democrazia proletaria, ma contribuiranno anche a demolire il totalitarismo in paesi come la Spagna, la Russia, la Cina, l'Egitto ecc.

Quanto è stato detto è sufficiente a far comprendere sino a che punto il ritorno del proletariato alla lotta per la rivoluzione mondiale dipenda da un rinnovamento ideologico. Un periodo di insurrezione delle masse non può assolutamente essere un risultato unilaterale né di una crisi ciclica né di una crisi generale del capitalismo. Se durante questa crisi manca la presenza di partiti rivoluzionari sani ed atti a sollevare l'entusiasmo dei migliori come a simbolizzare le speranze degli oppressi, ogni rivolta locale fallirà, senza generare alcun movimento rivoluzionario internazionale.

L'Organizzazione Rivoluzionaria

Oltre alle cause materiali che hanno posto il proletariato in balia dei suoi nemici, occorre segnalare, come fattore politico addizionale, il fallimento di quelle organizzazioni che, essendosi opposte sin dal primo giorno alla corruzione reazionaria staliniana, si trovavano nelle migliori condizioni per riunire nuovi partiti rivoluzionari. L'opera di Trotski e del movimento originale della IV Internazionale ha dato un apporto importantissimo alla comprensione del Termidoro russo. Ma l'organizzazione che continua a proclamarsi trotskista, lungi dal completare le analisi di Trotski ed il proprio programma, tenendo conto dell'evoluzione politica e sociale, non fa che mormorare definizioni vuote sulla natura dell'economia russa. Rifiutandosi di ammettere il carattere controrivoluzionario e capitalistico dello stalinismo, essa ha accolto come «liberatrice» l'entrata delle truppe russe nell'Europa Orientale, quando quelle truppe strappavano ai lavoratori le armi e le fabbriche di cui, in molti casi, si erano impadroniti. Essa aveva preparato la vergognosa collusione con diversi nazionalismi borghesi, e con quello algerino in particolare, che poi seguî, abbandonando il motto marxista: «contro la guerra imperialista, guerra civile», a profitto di una difesa nazionale che il nome di «Resistenza» non pretendeva nemmeno di mascherare.

In conclusione, considerando che il capitalismo di Stato di stampo russo costituisce la base economica del socialismo, la IV Internazionale rinnega apertamente la funzione rivoluzionaria che fu all'origine della sua fondazione. Il vero riformismo moderno è rappresentato, in realtà, dalla IV Internazionale e dalle organizzazioni analoghe.

Esse ricoprono, in rapporto al capitalismo accentrato nello Stato, un ruolo simile a quello che la vecchia social-democrazia rivestiva di fronte al capitalismo privato e monopolistico. Senza rompere con esse, è impossibile camminare su di un terreno rivoluzionario.

I gruppi che hanno abbandonato la IV Internazionale dopo il Congresso del 1948, o che pretendono di «continuarla» per conto loro, come hanno fatto recentemente quelli dell'America Latina, sono confinati in un'ortodossia trotskista negativa quanto qualsiasi altra e, per di più, falsa. Essi sono caduti negli stessi opportunismi e, pertanto, vedono in ogni insegna nazionalista l'inizio di una «Rivoluzione Permanente» mentre, in realtà, essa sbarra la strada al proletariato. Essi interpretano esattamente il Programma di Transizione, quando l'esperienza e la necessità delle masse esigono che venga superato.

A sua volta, la tendenza «Socialismo o Barbarie», ugualmente originata dalla IV Internazionale ammansita, si è lasciata rimorchiare dalla deliquescente «sinistra» francese per tutti i problemi e nei momenti più importanti: guerra di Algeria e problema coloniale, 13 maggio 1958 e potere gaullista, sindacati e lotte operaie attuali, atteggiamento nei confronti dello stalinismo e del dirigismo in generale ecc. Cosî, sebbene riconosca nell'economia russa un capitalismo di Stato, essa ha contribuito soltanto a confondere le menti. Rinunciando a lottare contro corrente e preferendo non dire alla classe operaia niente «che essa non possa comprendere», si è votata spontaneamente al fallimento. Priva di nerbo questa «tendenza» è caduta in una versatilità che rasenta la baldoria esistenzialista. Giungono a proposito di questa e delle altre tendenze esistenti negli Stati Uniti, le parole di Lenin:

Solo qualche penoso intellettuale pensa che agli operai sia sufficiente parlare della vita della fabbrica seccandoli con ciò che sanno da molto tempo.

Quanto ai gruppi ed ai partiti che, nella polemica russo-cinese prendono le parti di Pechino, anche se con riserva, essi si pongono all'estrema destra di quella che, con molta tolleranza, può essere considerata l'avanguardia rivoluzionaria12. Pechino non ha fatto che imitare il capitalismo di Stato russo, la controrivoluzione staliniana. Che poi il suo protettore di ieri tratti la Cina, e non consenta di trattarla in altro modo, come una semicolonia, è un incerto del mestiere. Ma questo non le da assolutamente il diritto di parlare di proletariato e di rivoluzione. Nel 1925-27, Mao Tse-Tung e Ciu En-Lai eliminarono i soviet | cinesi per la maggior gloria del Termidoro russo. Oggi raccolgono ciò che seminarono allora. Trasformatasi in grande potenza imperialista, la Russia esige dei dividendi sul plus-valore strappato a cinque o seicento milioni di cinesi, oltre alla subordinazione che le è dovuta in materia di influenza asiatica. Ecco perché nella «polemica ideologica» non vi sono che eufemismi e parole vuote tipiche di una burocrazia capitalistica in gravi difficoltà.

Sia seguendo Pechino che inchinandosi a Mosca, si contribuisce a calpestare l'ideologia del proletariato. Solo l'indigenza mentale e fisica feccia di trenta anni di stalinismo —permette ancora ai mandarini di Pechino di parlare di una rivoluzione che deve essere fatta anche in Cina, e proprio contro di essi. I proseliti che riescono a riunire, serviranno per stabilire un compromesso con Mosca —primo tentativo— e, qualora questo dovesse fallire, uno con Washington.

I gruppi più radicali della periferia staliniana intendono per «ritorno alla politica rivoluzionatia» il ritorno al Fronte Popolare, e questa fu la tattica di guerra imperialistica messa in atto, sotto un'apparenza di riformismo, quando la controrivoluzione in Russia avanzava a tambur battente, falciando le teste di tutti quelli che, anche solo parzialmente, rimanevano rivoluzionari. La realtà è che tutti quei gruppi, essendo un sottoprodotto della crisi che ha dato inizio alla disfatta della controrivoluzione staliniana, non hanno assolutamente niente da proporre. Gli operai ed i giovani che, per mille circostanze fortuite, si incontrano in seno a quei partiti, saranno petsi per qualsiasi azione rivoluzionaria, a meno che non riepiloghino, con il massimo rigore critico, tutta l'opera dello stalinismo, intesa come controrivoluzione capitalistica in Russia e nel mondo. È questa una premessa indispensabile per essere in grado di contribuire, in teoria ed in pratica, alla rinascita di un partito proletario mondiale.

Mai si è parlato tanto, come oggi, di «rivoluzioni vittoriose», e tanto meno si era vista mai un'epoca cosî reazionaria, dall'oriente all'occidente. Si direbbe che il capitale sia sul punto di riaffermare per mille anni ancora il suo dominio, inculcando nei cervelli delle sue vittime, come se fosse una religione, l'idea che lo sfruttamento pianificato è socialismo e che la dittatura poliziesca di un partito è il governo del proletariato. Le apparenze ingannano. D'ambo le parti della frontiera tra i due blocchi, si sono accumulate formidabili energie rivoluzionarie. Esse possono mettersi in movimento in un momento qualsiasi, in qualunque posto; ma la loro cristallizzazione in vittoria proletaria risulterà impossibile, senza una nuova organizzazione rivoluzionaria. La creazione di questa organizzazione, anzi, provocherà una valanga irresistibile di masse, dirigerà tutte le energie verso l'obiettivo supremo e, per la prima vol. ta, una vera civiltà potrà sorgere tra gli uomini.

La I Internazionale riunì i lavoratori al di sopra delle frontiere e, prima del suo scioglimento, compì un immenso lavoro di educazione ideologica che, ancor oggi, costituisce una delle principali fonti di ispirazione rivoluzionaria. La II Internazionale contese al capitalismo i diritti ed il tenore di vita degli operai ma, rifiutandosi di abbatterlo, fini con l'adeguarsi alla «sua» legalità, la quale è tenebre per gli sfruttati. La III Internazionale assunse, per diversi anni, le redini della lotta per la rivoluzione mondiale e continuò l'opera educatrice della Prima, sino al momento in cui il Termidoro cominciò ad utilizzarla come strumento della sua politica conservatrice, completamente asservita alla controrivoluzione staliniana, della quale assecondò tutti i crimini in Russia, contribuendo decisamente alla sconfitta del proletariato mondiale. Da parte sua, la IV Internazionale, che aveva immense possibilità malgrado la sua esiguità organica, ha sciupato, di esegesi in esegesi, la sua eredità teorica sino a perdere, infine, la sua indipendenza come movimento. Pertanto, al proletariato mondiale è indispensabile una nuova organizzazione rivoluzionaria, la cui costituzione risulterà impossibile, o per lo meno difettosa, se non incorporerà nel suo pensiero le severe esperienze ideologiche ed organizzative sofferte dal 1914 in poi. Le sconfitte del passato debbono indicare il cammino per la vittoria. Una simile organizzazione deve superare i tradizionali agglomerati di partiti nazionali e, nello stesso tempo, rifiutare ogni forma di accentrámento, che permetterebbe ad un pugno di dirigenti di anteporre «la base» a decisioni disciplinari già applicate. Essa deve prefigurare il futuro mondo senza frontiere né classi. Con questa intenzione noi adottiamo questo Manifesto e lo proponiamo a tutti i gruppi ed a tutti gli uomini rivoluzionari del mondo. Occorre dare un taglio netto alle tattiche ed alle idee morte, dire, senza reticenze, tutta la verità alla classe operaia, rettificare, senza rimpianti, tutto ciò che rappresenta un ostacolo per la rinascita della rivoluzione, venga esso da Lenin, da Trotski o dallo stesso Marx, ed adottare un programma di rivendicazioni che concordi con le massime possibilità della tecnica e della cultura moderna, poste al servizio dell'umanità.

I Compiti de la Nostra Epoca

Organizzazione dell'azione della classe operaia, diretta ed indipendente da qualsiasi struttura sindacalista, con i principi generali che seguono:

Meno lavoro e più paga!

  1. Il lavoro a cottimo ed il salario di base che lo stimola devono essere soppressi e sostituiti con un lavoro ed un salario alla giornata, alla settimana, ecc.
  2. Riduzione della settimana lavorativa a trenta ore (primo passo), senza alcuna diminuzione di salario, nel quale devono essere incorporati premi, indennità, ore straordinarie, ecc., ossia tutto ciò che costituisce, nasconde o provoca il lavoro a cottimo.
  3. Soppressione dei cronometraggi e controlli che intensificano lo sfruttamento, soffocano l'operaio ed umiliano la sua dignità personale. Gli interessati in qualsiasi impresa o branca della produzione sono i soli in grado di determinare il ritmo di lavoro.
  4. Ogni incremento di produzione (il suo valore attuale) che derivi da un maggior rendimento dell'operaio o da un perfezionamento tecnico, deve essere devoluto alla collettività degli operai che lo realizzano, in attesa che l'intera classe decida della sua ripartizione. È questo il solo modo per imporre un limite all'accumulazione del capitale, ogni giorno più schiacciante, e di alzare realmente il tenore di vita degli sfruttati.
  5. Lavoro per tutti, disoccupati e giovani, e diminuzione delle ore lavorative in proporzione al numero di operai ed al perfezionamento dell'attrezzatura. Si tratta di una solidarietà di classe che ha conseguenze eccellenti e di un diritto che implica il supremo diritto all'ozio, oggi inesistente malgrado le ferie, semplice distensione fisiologica simile alle ore di sonno.
  6. Denuncia dei contratti collettivi non concordati direttamente dai lavoratori con l'impresa e da loro approvati.
  7. Distribuzione gratuita, agli strati sociali più poveri, dei viveri e degli articoli di consumo immagazzinati come «eccedenze di produzione», distribuzione da effettuarsi nel paese stesso od in qualsiasi altro, senza distinzione di blocchi.

All'azione indipendente per la difesa delle libertà elementari deve presiedere il principio:

Dirito di parola, di ogarnizzazione e di sciopero al Proletariato!

Questi diritti sono confiscati dai partiti e dalle organizzazioni sindacali ad essi sottomesse ed ormai inseparabili dal capitalismo decadente. Nelle fabbriche, gli accordi sindacal-padronali hanno soppresso a tal punto la libertà individuale e collettiva degli operai, ed in modo particolare quella dei rivoluzionari, che in diversi posti essi possono essere legalmente licenziati solo per aver parlato di politica, per aver fatto propaganda o per. essersi accordati su qualche cosa. Si rende quindi indispensabile rivendicare:

  1. Libertà politica, di parola e di distribuzione di stampa, di volantini, ecc. sui posti di lavoro e libertà di riunione nei luoghi stessi, quando l'autodifesa degli operai lo richieda.
  2. Rifiuto di qualsiasi regolamento interno di impresa dettato dal padrone («borghese» o Stato), o da questi e dai sindacati insieme. In ogni impresa ed in ogni professione, i lavoratori stessi, mediante delegati eletti apposta, devono avere, con esclusione di tutti gli altri, il potere di stabilire il regolamento interno. La sua approvazione in assemblea generale è un indispensabile misura precauzionale.
  3. Sovranità illimitata dei lavoratori, senza che si renda necessaria alcuna cauzione sindacale o governativa, per intraprendere lo sciopero economico e politico.
  4. Diritto di parola e di voto a tutti gli interessati, indipendentemente dalla loro affiliazione sindacale e politica, per stabilire le rivendicazioni di ogni sciopero, il momento della sua dichiarazione e della sua cessazione, e per risolvere tutti i problemi ad esso inerenti.
  5. Diritto di eleggere direttamente, senza alcuna formalità sindacale o giudiziaria, delegati permanenti di officina, di fabbrica, di ufficio, ecc. che rappresentino i lavoratori di fronte alla direzione.
  6. Diritto di accordarsi, per qualsiasi eventualità ed in qualsiasi momento, sempre tramite i delegati diretti, con i lavoratori di altre industrie od attività, in tutto il paese ed internazionalmente.

Con questi mezzi il proletariato recupererà ed aumenterà la sua libertà di espressione e di azione, oggi soppressa nella maggior parte dei paesi oppure trasformata, in quelli a regime meno dittatoriale, in monopolio di partiti e di sindacati che, in realtà, costituiscono la struttura legale dello sfruttamento del lavoro da parte del capitale. In paesi come la Russia, la Cina, e satelliti, è necessario cominciare col battersi contro l'ignominia delle multe, delle misure poliziesche o giudiziarie, per i ritardi o l'assenza dal lavoro, contro l'infamante «scheda di lavoro», e per il diritto di parola e di organizzazione delle masse contro il partito dittatoriale.

Senza una coraggiosa battaglia per queste rivendicazioni, il proletariato continuerà a cedere terreno al capitalismo che aumenterà il suo potenziale oppressivo già smisurato.

Le rivendicazioni immediate e «minime» enunciate, potranno rivestire un ruolo molto importante nella ripresa dell'attività proletaria in tutto il mondo, nei paesi progrediti come in quelli arretrati. Tuttavia, poiché in ogni caso non si tratta di migliorare o di sviluppare l'economia basata sul «capitale-salario», ma di distruggerla, è indispensabile collegare quelle rivendicazioni, senza soluzione di continuità, alle supreme misure della rivoluzione proletaria mondiale, le prime delle quali potranno in certi casi essere queste:

Abbasso il capitale ed il lavoro salariato!

  1. Potere politico ai lavoratori che lo eserciteranno attraverso comitati democraticamente eletti e revocabili in qualsiasi momento.
  2. Espropriazione del capitale industriale, finanziario e fondiario, non da parte dello Stato, dei sindacati o di qualsiasi altra istituzione, il che darebbe luogo, come in Russia, ad un capitalismo ancora più brutale, ma unicamente da parte del l'intera classe operaia.
  3. Gestione operaia della produzione e della distribuzione dei prodotti, inseparabile da una pianificazione dettata esclusivamente dalle necessità della soppressione delle classi.
  4. Distruzione di tutti gli strumenti bellici, atomici e tradizionali, scioglimento degli eserciti, della polizia, conversione delle industrie di guerra in industrie per la produzione di beni di consumo.
  5. Armamento individuale degli sfruttati sotto il capitalismo, organizzato territorialmente, secorido lo schema dei comitati democratici di gestione e di distribuzione. Questa misura costituisce una delle migliori garanzie per la trasformazione sociale.
  6. Incorporazione in attività utili di tutti gli strati della popolazione che oggi svolgono attività parassitarie o nettamente pregiudizievoli. Ciò permetterà, utilizzando al massimo la tecnica e la scienza moderna ed al minimo lo sforzo umano, di incrementare continuamente la produzione, pur riducendo il tempo di lavoro ad essa dedicato e permetterà anche di superare la divisione, oggi imposta dallo sfruttamento, tra lavoro manuale e lavoro intellettuale.
  7. Soppressione del lavoro salariato, cominciando dall'elevazione del livello di vita degli strati sociali più poveri per arrivare finalmente alla libera distribuzione dei prodotti secondo i bisogni di ognuno. Non c'è, né può esserci, altra prova della trasformazione del capitalismo in socialismo e della scomparsa delle classi.
  8. Soppressione delle frontiere e costituzione di un unico governo e di una sola economia, di pari passo con la vittoria del proletariato nei diversi paesi.

Infine, è indispensabile precisare che la trasformazione del capitalismo in comunismo, la «dittatura del proletariato», è un concetto sociologico marxista inseparabile dalla più completa democrazia in seno alle masse lavoratrici, anch'esse in via di abolizione come classe. L'emancipazione dei lavoratori deve essere opera degli stessi lavoratori. Le volgono le spalle coloro che l'identificano nella dittatura di uno solo o di più partiti, alla maniera della dittatura capitalistica, detta «democrazia parlamentare». Solo con l'abolizione della legge mercantile del valore, basata esclusivamente sul lavoro salariato, si potrà giungere alla estinzione dello Stato. Se non ci si orienta verso tale abolizione sin dai primi giorni della rivoluzione, lo Stato si trasformerà rapidamente in organizzatore della controrivoluzione.

Le condizioni obiettive per l'attuazione del comunismo, quali la storia poteva creare, sono ora presenti e soprattutto mature, su scala mondiale. Ma è soltanto sulle ali della soggettività rivoluzionaria che l'uomo potrà superare la distanza che separa il regno della necessità dal regno della libertà.

Proletari di tutti i paesi, unitevi, sopprimete gli eserciti, le polizie, la produzione di guerra, le frontiere, il lavoro salariato!

Milano, 1961


1 P. Broué ed E. Témine, La Rivoluzione e la Guerra di Spagna.
2 Ricordiamo, tra gli altri, i seguenti lavori: Il Socialist Workers Party e la Guerra Imperialistica del suddetto Gruppo; I Rivoluzionari davanti alla Russia e lo Stalinismo Mondiale, di G. Munis; Il Manifesto degli Esegeti, di Benjamin Péret; Le Tappe della Sconfitta: Promessa di Vittoria (Spana 1930-39); Lettera aperta al Partito Comunista Internazionale, sezione francese della IV Internazionale, Natalia Sedova Trotski, B. Péret e G. Munis; Ragione ed Azioni del Segretariato Internazionale, di G. Munis; Spiegazione ed Appello a tutti i Militanti, Gruppi e Sezioni della IV Internazionale, Comitato della sezione spagnola, documento di rottura ideologica ed organica.
3 Teniamo a disposizione di coloro che le richiedessero, la lettera di rottura e la risposta ingiuriosa della IV Internazionale ed anche l'ultima dichiarazione scritta da Natalia Sedova Trotski.
4 Gli operai americani addetti alle macchine automatizzate li chiamano «men killers» = assassini di uomini.
5 Cfr.: Lenin, Il Capitalismo di Stato e l'Imposta in Contanti.
6 Nel suo discorso davanti al Congresso panrusso dei Consigli dell'Economia, tenuto a Mosca nel maggio 1918.
7 Qualche esempio saliente, tra i tanti: Alla I Conferenza Internazionale di Ginevra, cui assisteva una delegazione di Mosca, quando già si profilava il Termidoro staliniano, il rappresentante inglese, Chamberlain, il futuro uomo di Monaco, affermava: «La Gran Bretagna non tratterà con l'Unione Sovietica sino a quando Trotski non Sarà stato fucilato». | L'espulsione di Trotski dal C.C. del Partito russo e la sua seguente deportazione ad Alma-Ata *, furono applaudite dalla stampa borghese e dalle cancellerie occidentali come un segno sicuro della vittoria della frazione reazionaria su quella rivoluzionaria. | L'avvocato di Sua Maestà britannica, Pit, dette pubblicamente un avvallo giuridico alle falsificazioni processuali di Mosca nel 1936-38 e, poco dopo, si felicitava per quelle e per lo sterminio del 1917, il miliardario Eric A. Johnston (allora presidente della Camera di Commercio Americana). In quella stessa epoca, Laval otteneva da Stalin la piena subordinazione patriottica dei partiti staliniani occidentali. La parola d'ordine del Partito francese fu: «La polizia con noi». | Nel 1937-38, le capitali imperialistiche guardavano con sol. lievo ed incoraggiavano la repressione della Rivoluzione Spagnola ad opeta del Governo Negrin, direttamente dominato ed ispirato dagli uomini di Stalin. | Nel 1944, il proletariato greco, insorto e quasi vincitore, fu brutalmente represso da una coalizione di staliniani, di clericali e di truppe inglesi. Churchill, dopo avere tenuto ‘una conferenza personale con il partito «comunista» greco sulla repressione, si vantava alla Camera dei Comuni di ‘avere schiacciato la «vera rivoluzione comunista, quella che anche Mosca teme». | Infine, i carri armati russi non avrebbero potuto mitragliare il proletariato di Budapest nel 1956, senza la passiva complicità degli imperialisti occidentali. Per costoro, come per la Russia, l'affermazione della potenza rivale è sempre preferibile al trionfo di una rivoluzione che metterebbe in movimento le masse di tutto il mondo. | Una lista completa di fatti simili, sempre nascosti o falsati dalla propaganda dei due blocchi, riempirebbe un enorme volume.
8 Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Cecoslovacchia, mezza Germania, Ungheria, Romania, Bulgaria, senza contare la Jugoslavia e l'Albania.
9 Nel penultimo capitolo di: Storia e Lotta di Classe.
10 Questo capitolo fu scritto prima dell'indipendenza dell'Algeria all'inizio del 1961.
11 Co
12 Senza pretendere di apprezzare in particolare nessuna di queste organizzazioni, si possono considerare di avanguardia rivoluzionaria i diversi gruppi della Sinistra Italiana, in Francia Programma Comunista, in Giappone la Lega Comunista Rivoluzionaria e, un po' dovunque nel mondo, alcuni gruppi di origine trotskista od anarchica di vita indipendente.